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sabato, 29 marzo 2008

1)      Domanda di rito: chi è Vanessa Sacco?

Sono un’attrice di teatro con un’altra grande passione oltre alla recitazione: la scrittura. A scuola raggiungevo sempre il massimo dei voti in italiano scritto, mi piacevano soprattutto i temi di fantasia e di critica, così come nei miei giochi infantili – in seguito nelle mie fantasie da bimba cresciuta – mi piaceva far finta d’essere chiunque altro tranne me (una rock star, una giornalista, una moglie ingannata, una manager senza scrupoli, una sovrana). All’università scelsi la facoltà di lingue, ma né l’insegnamento né la professione di traduttrice/interprete mi interessavano granché, così sfidai tutte le regole del buon senso e provai a vivere di sogni proprio come facevo ai tempi della scuola.

 

2)      Joelle / Joel. Due donne e un uomo con lo stesso nome, figli del medesimo padre. La trama del tuo libro ruota attorno a questi personaggi omonimi, le cui esistenze si intrecciano senza toccarsi in una lunga ricerca di sé stessi. Com’è nato questo tuo romanzo, come si è sviluppata la storia nella tua mente, prima che tu la mettessi per iscritto?

Joëlle è nata per caso: mi ero da poco trasferita a Roma per studiare recitazione, e nel tempo libero avevo preso a scrivere una storia, senza però avere in mente come svilupparla né tantomeno come concluderla: quello di cui  ero certa era che parlava di una donna, della prospettiva di un suo viaggio, quindi di un cambiamento. Più tardi, interrogandomi sul processo creativo che aveva guidato il mio romanzo, ho finito con l’addebitare quest’invenzione alla transizione che io stessa stavo vivendo in quei mesi di dieci anni fa; in più stavo leggendo L’Identità di Kundera, un libro di cui mi affascinava soprattutto l’atmosfera di silenzio. È con tutte queste sollecitazioni inconsce che ho cominciato ad appuntare, su un antico tavolo di marmo che completava l’arredamento quasi monacale del mio primo alloggio romano, i tratti di una rossa annoiata e impaziente, alla ricerca di pace e di verità.

  

3)      Terminato il romanzo, cosa ha sentito? C’è un personaggio che ti è rimasto impresso, che ha continuato a parlarti?

Il libro, o meglio l’incipit del Viaggio, rimase a dormire in un cassetto per molti anni: nel frattempo avevo cominciato a lavorare in degli spettacoli matinée per le scuole, avevo cambiato casa, avevo intrapreso delle traduzioni di testi teatrali dal francese all’italiano, e come una madre distratta avevo finito col trascurare la mia Joëlle. Il che, forse, non le ha nuociuto: ero una Vanessa diversa, sempre più distaccata dall’isola felice della famiglia d’origine e dalla gabbia dorata dell’università, così, inevitabilmente, anche Joëlle cambiò: la sua inquietudine inconcludente (l’iniziale promessa del viaggio in realtà verrà tradita e trasformata) deviò verso un dinamismo che ora si avvaleva di altri personaggi, di incroci imprevisti e di epiloghi ancora più inattesi. No, non c’è un personaggio con cui, dopo aver messo l’ultimo punto, ho continuato segretamente a comunicare: Joëlle e tutti gli altri abitano in quelle trecento pagine dell’edizione Roundrobin che li ospitano; fintanto che la storia ha continuato ad essere scritta, li ho sognati di notte e ad occhi aperti, poi nuove creature e nuovi intrecci hanno cominciato a bussare.     

 

4)      Secondo te è vero quanto spesso si dice, ovvero che un autore mette sempre un po’ di sé nei propri scritti? Se sì, cosa c’è di Vanessa ne Il viaggio di Joelle, e cosa di lei si rispecchia nelle personalità dei protagonisti (o in quelle degli altri personaggi, oppure, volendo, in determinati dialoghi, situazioni descritte nel corso della narrazione)?

Il viaggio di Joëlle non è un libro autobiografico perché non parla di me, ma credo che sia inevitabile essere in qualche modo influenzati dalla propria vita. In tutto il libro ci sono solo due ambienti che posso affermare di aver incluso per averne realmente subito il fascino: la Cité Universitaire di Parigi e il campo internazionale scout.

 

5)      Il viaggio di Joelle è stato pubblicato da una piccola editrice di Roma, la Round Robin. In che modo ti sei avvicinata a questo editore? Qual è stato l’approccio?

Dopo aver mandato il mio dattiloscritto ad innumerevoli case editrici nazionali, una sera, grazie ad un mio amico attore, conosco in una discoteca della capitale un giovane editore che stava promuovendo un libro sul jazz. In una cornice un po’ insolita rispetto alle tradizionali, soporifere presentazioni di libri, entro così in contatto con una realtà che comunque ritenevo ormai pressoché irraggiungibile. Da lì ad una settimana l’editor mi telefona e mi dice che il mio libro gli piace e vuole pubblicarlo. Un anno dopo va in stampa.

 

6)      Cosa pensi dell’attuale panorama editoriale(della piccola e media editoria, intendo) italiano?

Per quel che riguarda la  mia esigua esperienza nell’ambito, posso ritenermi molto fortunata ad essere stata pubblicata, ma fuori da casi fortuiti come il mio, le leggi dell’editoria mi sembrano davvero spietate, mille volte di più di quelle teatrali. Non mi sento di dispensare stoici incitamenti del tipo: volere è potere. Piuttosto preferisco consigliare un lavoro che forse c’entrerà poco con la libera ispirazione, ma che alla lunga potrebbe dimostrarsi più efficace: leggere, informarsi, studiare, acquisire competenze, mettersi in discussione, rivedere, confrontarsi, essere il più possibile elastici e non covare l’illusione di avere successo seguendo la scia di un titolo, di un argomento, di un genere che per mille inspiegabili ragioni è riuscito ad emergere in un preciso momento. Se nessuno avesse creduto nella possibilità di esprimere conflitti e desideri  in forma di romanzo ma senza punteggiatura, non avremmo avuto geni come Virginia Woolf e James Joyce. Credo che osare sia d’obbligo in questa professione, ma con onestà.

 

 

7)      Oggi si sente spesso dire che si legge poco ma si scrive molto. Non lo trovi un paradosso?

Tutt’altro, anzi penso che sia una triste realtà frutto dei nostri tempi e della nostra società. In Italia scrivono in molti per una naturale ispirazione, spesso non corredata da una sufficiente attenzione – se di professionismo non si può parlare per i neofiti – verso la cura della forma e dello stile, verso la necessità delle competenze, verso l’introspezione psicologica. E si legge poco per una massificazione culturale che ha come massimo indicatore la televisione generalista e, in senso più allargato, la conoscenza visiva. La nostra è una società che corre e che quindi ricerca l’immediatezza in tutti gli aspetti della vita: dall’elettrodomestico al mezzo di trasporto, dall’i-pod ad internet. Nella società della visione (e, al massimo, dell’ascolto) non ci può essere abbastanza spazio per la lettura, che è invece un’attività che richiede analisi, approfondimento, continuità, in una parola: tempo. Se poi si aggiunge che l’offerta supera di gran lunga la domanda, per la maggior parte degli scrittori pur meritevoli d’essere pubblicati non è una vita facile.    

 

8)      Progetti in cantiere relativi alla scrittura? Se sì, ce ne anticiperesti qualcosa?

Ho iniziato da tempo a concepire quello che vorrei diventasse il mio secondo romanzo, ma la prospettiva di dedicarmici a tempo pieno è molto lontana, il che dilata vistosamente i tempi di proposta alle case editrici e, in caso fortunato, di pubblicazione. Questa volta l’ambientazione non è europea ma squisitamente italiana, anche se la città che fa da sfondo alla storia è di fantasia, e anche qui c’è una molteplicità alternata di voci narranti in cui credo di aver trovato una costante cifra stilistica che forse mi deriva dal mio lavoro d’attrice.     

postato da: mMushroom alle ore 11:32 | Link | commenti (1)
categoria:intervista a vanessa sacco
mercoledì, 26 marzo 2008

Joelle, Joelle e Joel. Due donne e un uomo, figli nati sotto la stessa stella, quella del circo Le Jungle: il prestigiatore Joel. Le loro vite sono come specchi che si riflettono all'infinito, ma senza vedersi, gli eventi si intrecciano senza sfiorarsi. Solo alla ricerca di sè stessi, riusciranno a sentirsi liberi.

Il viaggio di Joëlle

Il viaggio di Joelle, di Vanessa Sacco.

L'AUTRICE RISPONDERA'AD UN'INTERVISTA SABATO 29 MARZO!

postato da: mMushroom alle ore 19:47 | Link | commenti (3)
categoria:
sabato, 22 marzo 2008

Ho intervistato Laura e Loredana in un bar sotto casa mia, sorseggiando un'aranciata alla luce del tramonto.

 CHI SONO LAURA E LORY?

Laura e Lory erano due ragazzine di 14 anni con un sogno, quello di scrivere e diventare possibilmente anche famose. Ora sono due donne con lo stesso sogno coltivato in adolescenza e le stesse ispirazioni.

 

COME GESTITE IL COMPONIMENTO DEI VOSTRI LIBRI?

Le idee possono nascere dall’una o dall’atra, poi elaboriamo insieme le scalette dei romanzi. Una volta stabilite le tappe fondamentali, scriviamo il libro insieme, come fossimo un’unica persona! A volte discutiamo, ma giungiamo sempre ad un compromesso.

 

DA DOVE VENGONO LE VOSTRE IDEE?

Un po’ vengono da qualsiasi cosa, come da un sogno, da un viaggio in metropolitana, da una persona che si vede passare per strada e che ti rimane impressa, dal un discorso, dai ricordi… il resto poi vien da sé.

 

PARLATECI DEL VOSTRO ULTIMO LIBRO. E PERCHÉ AVETE DECISO DI PUBBLICARLO IN ALLEGATO CON LA RIVISTA HISTORICA-IL FOGLIO LETTERARIO?

“Le colpe dei padri” è la storia di una famiglia americana con una grossa tragedia alle spalle. Inizialmente avevamo iniziato a pubblicarlo a puntate su un sito figlio del nostro blog. Abbiamo poi deciso di proporlo a Francesco Giubilei, il direttore della rivista Historica, che ha letto e seguito per intero lo sviluppo del romanzo, e che ci ha proposto di editarlo in allegato con la sua rivista (ma sarà anche distribuito in libreria). Con altre case editrici avremmo avuto difficoltà a pubblicare “Le colpe dei padri”: molti non lo sanno, ma nel mondo editoriale italiano vige una legge che in un certo senso vieta, alle case editrici, di pubblicare libri di esordienti ambientati in paesi che non siano il nostro. C’è dietro un ragionamento distorto, che non concepisce il perché un lettore debba acquistare un libro ambientato in America, oppure in Francia, per dire, scritto da un italiano, il quale, secondo questa prospettiva, non saprebbe essere in grado di descrivere l’ambiente estero quanto invece saprebbe fare un autore americano o francese... Molti di coloro che hanno letto “Le colpe dei padri” ci hanno chiesto se noi siamo davvero state nei luoghi descritti nel romanzo!

 

MI AVETE REGALATO UNA COPIA DEL VOSTRO ROMANZO “EIBHLIN NON LO SA”. AMBIENTATO IN IRLANDA…

 

Appunto, stavamo giusto per dire, in risposta alla precedente domanda, andando contro il discorso della legge di cui abbiamo parlato, che gli italiani sono esterofili!

“Eibhlin non lo sa” è un romanzo ambientato in Irlanda. Appartiene alla collana fantasy della casa editrice che lo ha pubblicato, ma definirlo tale non pensiamo sia propriamente corretto. È ambientato ai giorni nostri, in un arretrato paese dell’isola di smeraldo dove l’unico elemento moderno è una piattaforma petrolifera che si staglia come un castello di metallo sul Mare el Nord.

Il personaggio che da il nome al titolo del romanzo è una giovane strega che professa il culto della dea madre e dei riti celtici.

 

SI DICE SPESSO CHE OGGI SI LEGGE POCO MA CHE SI SCRIVA MOLTO… NON LO TROVATE PARADOSSALE?

Secondo noi, non è assolutamente vero. Si legge, e molto, ma male…. che scriva molto, invece,

diciamo che è vero… ma la maggior parte di chi scrive non si trova in libreria. E qui possiamo dire

che internet è un’ottima risorsa per gli esordienti e per i lettori in cerca di cose genuine da leggere!

Inoltre aggiungiamo che il fatto che si scriva molto è dato dall’immenso numero di manoscritti che ogni giorno giungono presso le redazione delle case editrici, le quali, oltre a mandare al macero il 90% dei testi pervenuti senza neanche aver aperto le buste.

 

ULTIMA DOMANDA: AVETE NOMINATO INTERNET. DITECI UN PO’ LA VOSTRA OPINIONE SULL’EBOOK.

L’Ebook non ci piace. Il libro cartaceo è tutta un’altra cosa. Il lettore ha bisogno di sentire la carta, lo sfrigolio delle pagine. Noi non crediamo nella “battaglia” che dovrebbe esserci nei prossimi anni fra libro cartaceo e libro elettronico; per quest’ultimo è già una sfida perduta in partenza.

Certo dicevamo che internet è un mezzo validissimo per farsi conoscere, ma ha senz’altro dei limiti.

Visitate i siti di Laura e Loredana, nella lista dei miei link!

postato da: mMushroom alle ore 11:21 | Link | commenti (2)
categoria:intervista laura et lory
martedì, 18 marzo 2008

RECENSIONE DI CONAN - IL RAGAZZO DEL FUTURO

DI ALEXANDER KEY

(TITOLO ORIGINALE DELL’OPERA: THE INCREDIBLE TIDE)

kappa edizioni, Bologna

 

Sviluppando nuove micidiali armi e facendo scoppiare un nuovo conflitto nucleare, l’uomo ha sconvolto il campo magnetico del pianeta. I mari si sono ritirati, interi continenti sono sprofondati e le grandi metropoli sono state spazzate via dagli uragani. A bordo di un missile, i pochi superstiti della guerra hanno trovato riparo approdando su un isola in mezzo all’oceano.

Il mondo, diversi anni dopo la catastrofe, è rinato. Le uniche due città rimaste in piedi sono la piccola High Harbor e Industria, metropoli portuale di plastica e metallo, sede del Nuovo Ordine, i cui dirigenti mirano alla conquista di quel che è rimasto della Terra.

Il romanzo inizia con il ritrovamento di Conan, il giovane protagonista della vicenda, da parte di un gruppo di spedizione inviato dal Nuovo Ordine in perlustrazione per le isole che costellano i nuovi mari che sono andati a formarsi in seguito al Cambiamento.

Condotto controvoglia a Industria ed imprigionato in un misero cubo di cemento, il ragazzo ritroverà, Briac Roa, il suo Maestro, zio di Lanna, la sua migliore amica rimasta ad High Harbor.

La trama si dipana in un lungo susseguirsi di dialoghi profondi, spesso toccanti nel modo con cui essi hanno il potere  di tratteggiare lo stato d’animo dei personaggi e la loro psicologia; il pericolo di una nuova catastrofe, una Tsunami devastante, incombe per tutto il corso della vicenda come una presenza nera ed avvolgente, un’ombra che si che confonde con quella perversa ed utopica del Nuovo Ordine.

 Il romanzo di Alexander Key, il cui titolo originale è The Incredibile Tide, che si potrebbe tradurre con La Terribile Ondata – che rimanda alla Tsunami sopraccitata, la vera antagonista –, ispirò, negli anni Settanta, la produzione d’una delle serie animate giapponesi più amate e suggestive mai realizzate: Conan, il ragazzo del futuro. Con l’aggiunta di nuovi elementi, personaggi e idee, il cartone animato possiede forza propria ed esalta la germinale e scarna struttura del romanzo di Key, donando dinamicità alle avventure di Conan e di Lanna e, all’intera vicenda, un’intensa nota poetica che in The Incredibile Tide tende ad essere, al di là dei bei dialoghi, piuttosto blanda.

Marco Mazzanti 

 

                                                                                 

postato da: mMushroom alle ore 13:41 | Link | commenti (4)
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domenica, 16 marzo 2008

Ho conosciuto Margherita su Splinder. E' una ragazza simpaticissima che scrive belle poesie sul suo blog! Leggete la sua intervista e visitate il suo sito, che trovate nella lista dei miei link.

DUNQUE, INIZIAMO CON LE PRESENTAZIONI: CHI E' MARGHERITA?

Allora...Margherita Corradi nasce a Monza il 07/03/89. Per adesso è una studentessa del primo anno di Linguaggi dei Media presso l'università Cattolica di Milano. In precedenza aveva frequentato il liceo scientifico ma ha sempre avuto una passione per la scrittura e in generale per la letteratura. Ama molto anche la danza, infatti balla da quando aveva 9 anni, senza però raggiungere grandi risultati...diciamo che non ha il fisico adatto: margherita è piuttosto alta. Poi ama il teatro, infatti è da poco che fa parte della Compagnia Stabile Monzese.

 

COME E' NATA L'IDEA DI CREARE UN TUO BLOG PERSONALE? PARLACENE UN PO'.

L'idea è nata di recente col tentativo di promuovermi un po' nell'ambito letterario, insomma principalmente per confrontarmi con altri e farmi conoscere. Inizialmente non avevo molta fiducia nel fatto che ciò che scrivo potesse interessare a qualcuno, però poi a gennaio ho avuto l'occasione di partecipare a uno stage di Poesia e Performance qui a Monza, promosso da Poesia Presente, dove ho conosciuto persone che scrivono e ho preso coraggio!

Ad esempio ho conosciuto Eleonora Matarrese che mi ha inserito in italianliterature.

 

IMPROVVISACI UN BREVE VERSO!

"Cavaliere di cristallo /che fuggi dalle rovine del tempo / riposi ora in un muto istante / la follia di giorni ormai spenti..."

 

PENSI CHE IL CONFRONTO CON ALTRI AUTORI SIA IMPORTANTE?

Credo di sì, innanzitutto perché è importante il legame con la tradizione, da cui nessuno può considerarsi slegato. E poi senza il confronto si ha solo sterilità, si tende ad autoelogiarsi senza comprendere i propri limiti e senza capire dove si deve lavorare per migliorarsi, per esempio leggere molto aiuta: in questo periodo sto leggendo Maschere Nude di Pirandello, che è legato a un lavoro teatrale.

Ma più in generale leggo sia contemporanei come Baricco, de Carlo, Gibran, ma anche classici come Petrarca.

 

SI SENTE DIRE CHE OGGI SI LEGGE POCO, MA CHE SI SCRIVA MOLTO... NON LO TROVI UN PO' PARADOSSALE?

 

Sì lo trovo abbastanza paradossale proprio per quello che ho detto prima, cioè che senza la lettura un autore manca proprio di linfa vitale per il suo lavoro...Dante non sarebbe mai diventato Dante senza Virgilio ad esempio. Un bravo scrittore deve conoscere il valore dell'umiltà ma anche della curiosità nei confronti di chi ha scritto prima di lui. Comunque tutto ciò non mi stupisce, dato che il panorama contemporaneo offre un mondo di prime donne prive di

autocritica. e poi i ritmi frenetici a cui siamo sempre + sottoposti offrono pochi spazi alla lettura che necessita di tempo e riflessione. Bisognerebbe tornare a un po' di sano otium litterarium ;)

 

DA DOVE VENGONO LE TUE POESIE?

Principalmente derivano da una mia necessità di espressione e comunicazione, il bisogno di esternare ciò che provo nei confronti degli eventi. E' però difficile generalizzare, ogni poesia è un caso a sé. Solitamente scrivo di più quando sono triste o mi è accaduto qualcosa che ho bisogno di comprendere fino in fondo. Scrivere per me è anche una sorta di autoterapia, infatti le mie poesie per adesso spesso sono incentrate troppo sull' "io", ma sto cercando di migliorare e coinvolgere di più il lettore

 

LA POESIA E' IN EFFETTI MOLTO PIù PERSONALE E INTIMA DELLA PROSA...

Mah, forse si presta di più però… dipende tutto da ciò che intende esprimere l'autore. Si possono trovare anche poesie totalmente slegate dalla storia personale del poeta così come prose liriche molto personali, incentrate sul panorama interiore dello scrittore/protagonista. Comunque l'autobiografismo può sia nella prosa che nella poesia essere un punto di forza ma anche un limite. Personalmente, vorrei sperimentare anche altre tematiche… penso che a 19 anni si abbia molto da imparare!

 

PENSI CHE LA POESIA, COME DEL RESTO ANCHE LA PROSA, SEGUA UNA PROPRIA EVOLUZIONE IN CONCOMITANZA ALLA CRESCITA PERSONALE DELL'AUTORE?

Sì, ne sono sicura. Ciò che scriviamo fino a quando non è concluso e si stacca definitivamente da noi per diventare "altro", è legato a noi stessi e assieme a noi evolve, muta, risente dei nostri stati d'animo. E' anche per questo che alcuni scrittori non riescono mai a dare una edizione definitiva di una loro opera, con la scusa di continue revisioni non se ne vogliono staccare. Io stessa ho visto cambiamenti nel mio modo di scrivere rispetto a qualche anno fa.

 

ULTIMA DOMANDA: PROGETTI IN CANTIERE?

Per il momento ho in progetto alcuni reading (di cui uno stasera a Seregno) e forse uno slam più avanti. Vorrei continuare a conoscere persone dell'ambiente che magari possono darmi qualche indicazione e mantenere il blog. Quest'estate ho intenzione di partecipare ad un corso di scrittura creativa, al momento mi sto informando per capire le diverse proposte a cui posso aderire. Poi non si sa mai, da cosa nasce cosa! Spero prima o poi di riuscire a pubblicare qualcosa…

postato da: mMushroom alle ore 10:02 | Link | commenti (2)
categoria:intervista a margherita
mercoledì, 12 marzo 2008
ARPANet presenta "Flaming June" di Maeba Sciutti a Rimini domenica 30 marzo 2008 alle ore 17.00 presso la Sala del Giudizio Universale del Museo della città.
postato da: mMushroom alle ore 10:08 | Link | commenti
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lunedì, 10 marzo 2008

Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Irene Malish?

Irene è una donna caucasica che presenta il popolo cosacco, che viene dalla Russia e ha lo spirito ribelle del suo popolo. Io presento la mia nazione in tutte le sue forme, per il resto la pittura arriva come un linguaggio di comunicazione personale.

 

 

Quando hai iniziato a dipingere e qual è stata la tua formazione?

Ho iniziato a dipingere intraprendendo la carriera accademica, in un collegio di architettura, a 16 anni, dove frequentavo tra l’altro un corso di pittura figurativa. In seguito ho iniziato a fare un po’ di cose da sola, mossa dalla passione tipica dei giovani. Successivamente mi sono laureata in marketing e pubblicità. Nel 2002 mi sono trasferita a Roma, e qui ho conosciuto, in via del Governo Vecchio, un pittore di strada, Luciano Beccaria, scomparso lo scorso Novembre... Fra noi si era istaurato un rapporto stretto sull’arte figurativa, basato sulle copie delle opere di Caravaggio, che mi hanno dato modo di approfondire lo studio delle luci e delle ombre. Il mio sviluppo personale è stato molto influenzato dall’arte del mio maestro.

 

È stata quindi una persona molto importante, per te.

Nel mio caso, Luciano Beccaria non è stato solo un maestro, ma anche, e soprattutto, un amico. Ero molto legata a lui, quasi fosse mio parente.

E’ stato un maestro spirituale.

 

Parlaci della tua pittura. In essa sono molto frequenti i volti.

Nella mia pittura, un volto ne richiama un altro. I volti dei miei quadri rappresentano le sfaccettature della mia personalità, e ce n’è uno per ognuna di esse, e nuovi ne vengono fuori man mano che la mia arte cresce.

Ma essi rappresentano anche un mio peculiare biglietto da visita… mi spiego: ho passato molti anni dipingendo volti, per lo più, anche se ho optato comunque, di tanto in tanto, anche verso altri soggetti; ma il volto è stato per me una “ossessione”, ed e stato grazie ad esso che mi sono fatta conoscere, suscitando un certo riscontro fra il pubblico, che mi riconosce proprio da questa tematica dei volti.

 

Mi viene allora da chiederti se c’è un volto a cui sei particolarmente affezionata.

Dunque, ti dirò che non sono molto gelosa dei miei quadri… quello che ieri era attuale, oggi non lo è più… ogni volto è una storia diversa, ma soprattutto una storia nuova… C’è sempre un volto più bello.

Ma se devo proprio nominare dei volti a cui sento di dover essere legata in qualche modo, citerei “Volto divino”; “Forma ideale”, che ho più d’una volta rielaborato; e “Alveare”, ispirato alla cantante Madonna.

 

Cosa c’è nei tuoi volti?

Prima di tutto ambiguità, ambiguità resa dai colori, dagli sguardi, dall’inclinazione degli stessi, dalla luce dei loro occhi. C’è inoltre sensualità, e una certa sicurezza insita nel fatto di possedere questa qualità. Ma c’è anche provocazione… e mistero.

 

Ti capita di ascoltare musica mentre dipingi?

Ascolto la musica classica, oppure la radio. Deve comunque essere qualcosa che non mi disturbi. Raramente dipingo immersa nel silenzio. Lavoro tra l’altro da sola: il quadro costituisce la mia unica compagnia.

 

Da dove vengono i tuoi quadri? Le tue opere sono spontanee o la proiezione di un’immagine a lungo elaborata?

Spontanee, direi. Uso delle modelle, o immagini prese da riviste oppure da mie fotografie. Sulla tela poi però la forma cambia, il contesto muta rispetto al “flash” ho avuto inizialmente, poiché non ho idee precise. Al termine di un quadro c’è sempre una sorpresa.

 

Da dove viene quindi la tua arte?

Dalle persone. La mia arte viene e torna da loro. I miei quadri appartengono a loro, SONO loro, ed al contempo loro figli. Io svolgo il ruolo di madre natura, se la vogliamo mettere così, faccio in modo che questi “figli” vengano al mondo. E’ quindi a loro, alle persone, che i miei quadri appartengono, come dicevo. E’ anche per questo che non sono molto gelosa dei miei quadri: non sono totalmente miei.

 

Attualmente la tua arte verso cosa si sta movendo?

Attualmente sto puntando verso la dinamicità, al movimento. La forma sta scomparendo per cedere il posto ad opere più solari, meno sofferte. Per cedere insomma il posto più al “quotidiano”, a sensazioni semplici ma significative, come la vista di una spiaggia, la percezione del vento di settembre, il cammino di un bambino… frammenti di vita, di eventi…

L’arte è una cosa bellissima, per Lei ho rinunciato a molto, per esempio ad occupazioni stabili e ben retribuite che avrei potuto intraprendere con la mia laurea in marketing e pubblicità. E invece ho preferito giocare con i pennelli, e questo mi ha reso e mi rende felice.

 

Ultima domanda: chi o cos’è un pittore?

Il pittore è un’anima ingenua, ma in senso positivo, null’altro che infantile o sciocco; è una persona che guarda il mondo con gli occhi di un bambino, che vive le cose sul momento e ne assapora i significati. Ma soprattutto è una persona che non si pone domande su cosa andrà a produrre un domani, perché non di deve aver fretta, almeno io non ce l’ho… Ognuno ha un suo percorso – come quello della vita: si diventa adulti passando dall’infanzia all’adolescenza –, le cose vengono da sole, secondo i propri tempi. Io ho dipinto volti per diversi anni non avendo idea che mi sarei spostata poi verso la dinamicità, verso il movimento, come ti dicevo prima. Chi mi sa dire cosa dipingerò in futuro? Nessuno, neanche io. Ma lo scoprirò, e lì, come al termine di ogni mio quadro, sarà una sorpresa.

 "volto blu"

 "verde"

 "Sandra"

"Jessica"

 "Volto divino"

 "Creazione del mondo"

 "Moulin Rouge"

Visitate anche a il sito della Associazione Culturale LuBecca, dedicata al Maestro Luciano Beccaria. Lo trovate nella lista dei link!

postato da: mMushroom alle ore 08:54 | Link | commenti
categoria:intervista a irene malish
venerdì, 07 marzo 2008

E' in arrivo per Lunedì una splendida intervista!
A parlare sarà
Irene Malish, pittrice russa che da diversi anni vive a Roma. L'ho intervistata ieri, di persona, recandomi al suo atelier.

Nell'attesa vi segnalo il suo sito, che potete trovare da ora nella lista dei miei link!

postato da: mMushroom alle ore 09:34 | Link | commenti
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martedì, 04 marzo 2008

Questa nuova intervista è all'amico Giovanni Buzi, pittore e scrittore, che ha scritto per il mio romanzo, Colore Indeciso, la bellissima prefazione.

1) Giovanni Buzi è uno scrittore, ma prima di tutto un pittore. Parlaci di come è nata la tua passione per la tela e il disegno e di come si è evoluta nel corso degli anni, e, perchè no, raccontandoci un po' anche della tua formazione artistica.

 

1) La mia prima, primissima passione è stata per la carta. Da piccolo, come tanti bambini adoravo manipolare fogli di carta. Manipolare e, soprattutto graffiare, accarezzare con matite colorate. Tra i miei primi ricordi c’è quello dell’odore della carta e delle matite. Mi divertivo ad annusare le differenti tracce di colore e credo sia stato più o meno a quell’epoca che, forse incosciamente, mi sono reso conto del forte rapporto colori-odori. In un brano del mio ultimo romanzo Uragano si legge: “Il blu sente il mare e le pietre. Il bianco, un cielo stellato e la neve. Il rosso, il sangue e l’incenso. Il giallo, il sole e l’albicocca. Il viola, il metallo e le rose. Il nero, l’inchiostro e la sabbia...”.

La mia formazione artistica è avvenuta all’Accademia di Belle Arti di Roma, nella quale ho frequentato il corso di pittura e all’Università “La Sapienza”, sempre di Roma, in cui mi sono laureato in Storia dell’Arte Contemporanea.

 

 

2) Cosa c'è nei tuoi quadri, cosa pulsa nei colori che li compongono, nelle loro forme, nel loro insieme?

 

2) Ho avuto diversi periodi. Ho sperimentato molto. Differenti tecniche, differenti supporti. Sono perfino arrivato a bruciare lembi di vere pellicce incollate su legno per vedere e ancora sentire gli effetti della combustione. Per riassumere, ho avuto quattro periodi: 1) formazione, fino al 1980, 2) figurativo, fino al 1995, 3) astratto, i Frammenti, nati dall’esplosione dei miei quadri figurativi, fino al 2004 e 4) l’attuale “sex-horror”. In ogni periodo il colore è stato fondamentale, colore e metamorfosi.  

 

 

3)  Quando dipingi a cosa pensi, dove sorvola la tua mente? Ti è mai capitato di

ascoltare musica mentre dipingi? Se sì, credi sia stimolante?

 

3) Quando dipingo sto in un altro mondo. E non so bene quale. Ho l’impressione di far parte di quella pellicola sottile, quell’infinitesima superficie che mostra in filigrana l’essenza vera delle cose. Ascolto spesso musica quando dipingo, e istintivamente adatto lo stile di musica a ciò che sto facendo, a ciò che tento di intrappolare con, fra i colori. Spesso però, amo il silenzio.

 

4) Cosa c'è della tua pittura nei tuoi romanzi e nei tuoi racconti?

 

4) Questa domanda m’è stata fatta varie volte e io non so mai rispondere.

 

5) Presentaci ora il tuo nuovo libro. Com'è nato e di cosa è irrorato?

 

 5) È nato dalla realtà ed è irrorato di una forza, un’energia potente che deve trovare nome.

La data che appare all’apertura d’Uragano: 28-12-2000 10h34, è la pura verità. Questo romanzo è nato da una delle mie varie “follie”. Sono veramente entrato in una chat gay con lo pseudo “Alex”, immaginandomi un ragazzo di 22 anni con quel tipo fisico e con quella voglia prepotente: essere uno schiavo a livello sessuale e psicologico. Fino all’incontro col Master, il dominatore, ogni mail, colpo di telefono ecc. è vero. Tanto vero che tutto questo è stato scritto in francese. Copiavo ogni mail inviata e ricevuta su un file. Solo in un secondo momento, dopo che l’incontro col virtuale Master non c’è mai stato (con quello, almeno...), ho iniziato a tradurre il tutto in italiano, cambiando un po’ per la finzione letteraria. Poi, preso visceralmente dalla vicenda, ho continuato a scrivere immaginando come poteva seguire la storia. La sorpresa è stata che, andando avanti, tutto mi sembrava vero. I personaggi non solo li vedevo, ma li sentivo vivere con un’energia propria. Ho creduto d’essere solo uno strumento, un medium, attraverso il quale quei personaggi potessero vivere. E la mia grande sorpresa è stata che le prime persone che hanno letto questa strana storia hanno sentito la forza d’esseri di pura immaginazione. Come fossero vivi.     

 

6) Che rapporto hai con i tuoi personaggi e come nascono?

 

6) In genere sono loro a cercare me e qualche volta mi trovano.

 

7) Una volta terminato un racconto o un romanzo quali sensazioni provi? Stesso discorso per un dipinto. 

 

7) No. Sono due cose del tutto diverse. Le parole hanno una storia differente da quella dei segni e dei colori. La parola, la frase va più controllata: immaginata, scritta, letta e corretta più volte. Segni e colori hanno, per me, una loro più ampia libertà d’azione. Sono due tecniche differenti per tentare d’arrivare allo stesso scopo: inviare un messaggio. Terminato un dipinto spesso mi sento svuotato, come avessi scalato una montagna. Terminato un romanzo, mi sento anche svuotato, ma direi quasi “liberato”.

 

 

8) Pittura e scrittura. Pensi potrebbero essere le facce di un'unica medaglia? A me spessa capita di disegnare i personaggi dei miei scritti... a te?

 

8) Sono sicuramente le facce d’una stessa medaglia, perché quella medaglia siamo noi. Io non riesco a disegnare i personaggi dei miei scritti, credo che neanche potrei. Non so perché. Vivino nella mia immaginazione, con segni e colori sarebbero troppo reali: ne avrei paura.

 

 

9) C'è qualche artista e scrittore che ritieni per così dire un maestro, per te.

 

9) Credo che tutti gli artisti e gli scrittori che mi hanno in qualche modo colpito, e sono tanti, sono stati dei maestri per me. Ho tanti Amori letterari: tanti! Elsa Morante, Proust, Gide, Isherwood, Yourcenar, Sade, Rimbaud... E tanti sono i pittori che visceralmente amo. Solo per fare qualche esempio: Caravaggio, Michelangelo, Rembrandt, le miniature persiana, le ceramiche islamiche, le stampe giapponesi, l’arte del Medioevo, soprattutto la scultura, dei moderni: Bacon, la scuola romana e soprattutto Scipione, Dotremont e tanti altri.

 

 

10) Ultima domanda, che potrebbe sembrare banale ma che invece non lo è: il tuo colore preferito?

 

10) È un colore indefinito; anche tu ne sai qualcosa, no?

 

 

 

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postato da: mMushroom alle ore 07:42 | Link | commenti (2)
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