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mercoledì, 25 giugno 2008

Ecco qui una nuova intevista! A rispondere alle domande di quest'oggi è Stefano Milani, direttore editoriale della casa editrice romana ROUND ROBIN, per la quale, ricordo, ha già pubblicato un romanzo l'autrice Vanessa Sacco (Il viaggio di Joelle), che ho intervistata pochi mesi fa. ;)

Domanda di rito: com’è nata la Vostra casa editrice e con quali aggettivi (facciamo quattro) la definireste?

E’ nata, come spesso accade, per passione. Passione per la letteratura, per le storie, per l’immaginazione, ma anche per l’odore dei fogli e della colla, per la cura dei dettagli tipografici, per il piacere di vedere belle copertine. Insomma per la voglia di “fare letteratura” in tutte le sue declinazioni: è importante, anzi fondamentale, il contenuto ma da noi anche il contenitore ha una strada privilegiata.

 

 

Dirigere una piccola realtà editoriale, specialmente di questi tempi, non dovrebbe essere semplice: ogni anno nascono e muoiono decine di editori. Quali sono i Vostri punti di forza e qual è la Vostra strategia per farvi avanti nel sottobosco spesso intricato della piccola editoria?

E’ un mondo di squali quello dell’editoria, e noi siamo come un piccolo pesciolino rosso che, abituato a vivere nella sua ampolla dorata, improvvisamente ha deciso di nuotare in oceano aperto. Un po’ come il Nemo disneyano, sperando nello stesso lieto fine. Ma niente vittimismi, non portano da nessuna parte. Anzi credo che proprio la nostra dimensione “ridotta”, la nostra dimensione precaria, possa essere un punto di forza. Avendo pochi capitali a disposizione ci rifugiamo nel nostro ingegno, che è tanto, e così possiamo rischiare, sperimentare, provocare, usare nuovi linguaggi, viaggiare fuori dai canoni tradizionali. Usiamo, ad esempio, molto bene la “rete” e questo ci permette di farci conoscere al mondo a costo zero. Poi non ci fermiamo al libro stampato. Facciamo booktrailer, magliette, spettacoli teatrali tratti dai nostri libri, concerti, eventi culturali. Parole d’ordine dunque: creatività e sperimentazione. Perché guai a scimmiottare le grandi case, sarebbe un suicidio annunciato.

 

 

Pubblicare un libro è per ogni autore, ma anche per gli editori stessi, un grande traguardo, ma è anche e solo il primo passo. Come gestite la distribuzione dei libri da Voi editi?

Siamo alla nota dolente. Al brusco risveglio dopo i sogni di gloria. Uno lavora per mesi, immagina, crea, architetta, trova la storia giusta, la copertina che spacca. La quadratura del cerchio sottoforma di libro. Poi però quell’oggetto di carta deve uscire dalla redazione ed entrare negli scaffali delle librerie prima, e delle case poi. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo la distribuzione. E’ lei che decide i nostri destini. E a lei che ci si affida, sborsando parecchi soldini (in media il 50% del prezzo di copertina) senza però avere la certezza che quell'investimento un giorno frutterà. Noi (poveri illusi!) all’inizio abbiamo provato a scavalcarla. Mettendoci noi stessi a distribuire i nostri libri con la vendita porta a porta, anzi libreria a libreria. Dieci giorni di pattugliamenti in giro per la città, montagne di bolle, litri di benzina evaporata, contrattazioni per togliere lo zero virgola sulla percentuale di vendita. E il tutto per accorgersi che rimanevamo comunque invisibili. Relegati, quando andava bene, all’ultimo ripiano in alto della libreria più periferica della periferia della città. La situazione ora è solo leggermente migliorata. Abbiamo un distributore nazionale che paghiamo profumatamente, e ogni volta riesce nel miracolo di collocare qualche nostro titolo tra gli scaffali delle Feltrinelli. Ma la vetrina, la “bella mostra”, lo specchietto che cattura il lettore-cliente rimane sempre roba per i soliti noti. E noi piccoli ci dobbiamo adeguare e, costretti a ripiegare su altri lidi, accendiamo tutti i giorni un cero ad Santo Internet.

 

 

Pensate che una giusta sinergia fra Editore ed Autore sia importante? Qual è il Vostro rapporto con gli scrittori da voi editi?

E’ il nostro punto di forza. Dal momento in cui diventano nostri autori entrano a far parte della nostra squadra in tutto e per tutto. Con oneri e onori. Quindi la scelta di pubblicazione è dettata, oltre alla validità del manoscritto, anche dalla disponibilità e dalla  “filosofia” dell’autore che deve coincidere con la nostra. Consapevole, il nostro autore,  che se firma per noi non venderà mai come Joanne Kathleen Rowling, ma certo non morirà di noia.

 

 

Cosa pensate del fenomeno dell'editoria a pagamento?

Che è una pratica deprecabile e sempre più diffusa. Tenere a galla la “baracca” non è infatti semplice. Le spese di gestione e produzione sono infinite rispetto ai guadagni che un singolo libro può regalare. Succede che la passione man mano scema, e con lei anche il conto in banca. E così c’è chi per dare ossigeno alle casse pratica questo “servizio” che rimane però, per quanto mi riguarda, deontologicamente discutibile. Specie se si gioca sulla bramosia delle persone che pur di vedere il proprio nome e cognome stampato a chiare lettere su una copertina sono pronte a staccare assegni sonanti e ricevere centinaia di copie indietro per arredare il corridoio di casa. A quel punto però non è giusto chiamarle case editrici. Sono un’altra cosa, tipografie o stamperie. Se si esce da questo equivoco allora non c’è nulla di male. Perché rischia di confondere le idee agli autori, i quali pensano che quello di pagare sia rimasto l’unico modo per riuscire a vedersi pubblicare un libro. E’ sicuramente il modo più semplice, ma poi una volta regalate tutte le copie ad amici, parenti, conoscenti, vicini di casa e riempito il proprio ego letterario cosa resta?

 

 

Quali sono i generi sui quali punta la vostra linea editoriale?

Due “classici”: romanzi e saggistica. Ultimamente stiamo aggiustando un po’ il tiro dopo una prima fase di assestamento. Abbiamo giovani autori molto validi con i quali abbiamo stabilito un rapporto più duraturo nel tempo. Convinti, noi come loro, che prima o poi si riuscirà a fare il “botto”.

 

 

Progetti editoriali in campo?

Per fortuna tanti. Ci piacerebbe uscire dai confini italici, aprire una collana di romanzi sudamericani, aprirne un’altra anche sull’est Europa, dove c’è ancora tanto da scoprire. E poi provare a sperimentare nuovi linguaggi e forme di libro sempre più innovative. Ma non sveliamo tutto, altrimenti non c’è gusto!

 

postato da: mMushroom alle ore 16:04 | Link | commenti (1)
categoria:intervista round robin
sabato, 14 giugno 2008

Questa sabato ci parla Eliselle giovane scrittrice modedese con all'attivo un romanzo da poco pubblicato da Newton Compotn Editori.

Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Eliselle ( questa domanda ti si sarà stata posta talmente di quelle volte che immagino non avrai nemmeno voglia di rispondere… mi raccomando niente copia e incolla ;) ?

 

Eliselle è una trentenne di Modena appassionata delle cose più diverse e disparate, dai libri alle scarpe, dal Medioevo alla tecnologia, dall’arte ai cartoni animati, dal cinema alla pubblicità, dalla musica ai serial tv. Ce ne sarebbero di cose da dire. Diciamo che Eliselle è una che ama leggere e scrivere ma non si sente affatto un topo di biblioteca.

 

Oltre al tuo blog ed al tuo sito personale, gestisci il cliccatissimo delirio.net ; ecco, parlacene un po’. Com’è nato e come lo dirigi?

 

È nato nel 2003 per gioco, e alla fine si è trasformato in un appuntamento fisso sia per me, che lo seguo da cinque anni, sia per tanti che ogni giorno vengono a trovarci. I mi occupo dei contenuti e l’altro admin degli aspetti tecnici. A volte abbiamo collaborazioni saltuarie, rigorosamente di appassionati come lo siamo noi. Cerchiamo di dare spazio agli argomenti che amiamo, che attirano la nostra attenzione e che ci colpiscono, il tutto in forma scanzonata o comunque molto informale.

 

E’ uscito da pochi giorni il tuo nuovo libro, edito da Newton Compton Editori, “Fidanzato in affitto”. Parliamone.

 

È un romanzo effervescente e divertente che parla di una ragazza, Cristal, che diventa una “mistress per caso” a causa di problemi economici. Attraverso questo incidente di percorso e il nuovo rapporto col suo schiavo, però, riesce a scoprire qualcosa dentro di sé che non credeva esistesse: l’autoconsapevolezza e la fiducia in se stessa. Caratteristiche che aveva sempre invidiato alle sue amiche e che credeva di non possedere.

 

Come hai iniziato a muoverti nel mondo dell’editoria? Tue esperienze e consigli per chi è alle prime armi?

 

Ho iniziato partecipando a concorsi letterari e pubblicando racconti in antologie, evitando sempre gli editori a pagamento e proponendo quello che scrivevo senza paura di critiche o rifiuti. Ho iniziato consapevolmente partendo da editori piccoli e in questo modo mi sono fatta le ossa, senza mai fermarmi e senza mai mollare. Il consiglio che posso dare partendo dalla mia esperienza è proprio questo: non gettare la spugna e tenersi sempre attivi e informati.

 

Pensi che la tua scrittura sia maturata, di libro in libro? Qual è il tuo approccio con la pagina bianca?

 

È maturata anche in base alle letture che ho affrontato e che sono cambiate moltissimo. Prima ero la fissata dei romanzi storici, adesso leggo davvero di tutto spaziando tra generi assolutamente diversi tra loro. Questo ha influito parecchio sul mio approccio e sul risultato finale.

 

Ti capita mai di stare per lunghi periodi senza scrivere, sentire il bisogno di prendere le distanze dalla scrittura?

 

Mi succede, ma preferisco così. Fungono da periodi di decompressione. Sono periodi in cui mi dedico solo alla lettura o ai contenuti di Delirio.NET (che rimane pur sempre una palestra, ti costringe comunque a scrivere almeno due volte a settimana, così non perdi l’allenamento). La scrittura la vedo come un’esigenza, altrimenti si trasforma in puro esercizio fine a se stesso.

 

Mai come in questi ultimi anni, romanzi d’amore fra adolescenti e / o storie che narrano di ragazze che in qualche modo si distaccano fortemente dal classico stereotipo del “sesso debole” sembrano costituire una “moda”, in particolar modo presso le giovani scrittrici (almeno qui in Italia). Tu cosa ne pensi?

 

Non solo in Italia, anche all’estero. Più che una moda forse è un modo per descrivere la realtà contemporanea, per intercettarne i cambiamenti, per interpretarli e dare loro una voce diversa. A me capita di incontrare ragazze e donne forti come le figure di certi romanzi, per questo non ci trovo nulla di strano nel sentire parlare di loro tra le righe. 

 

Si sente sempre più spesso dire che qui in Italia si legge poco, ma che si scriva tanto… non lo trovi un paradosso?

 

È un paradosso ma di fatto è così. Le statistiche (l’Italia non è anche il paese delle statistiche?) confermano il trend. Personalmente non rientro nel trend, perché ci sono periodi (che io chiamo “periodi di grazia”, quando il lavoro mi lascia un po’ di libertà) che leggo quasi un libro al giorno, se va male almeno quattro al mese, eppure alle volte incontro non solo persone ma anche autori che leggono poco. Io non ce la farei mai. La lettura fa parte della mia vita sin da quando ero una bambina, non potrei mai rinunciarvi.

 

Se tu dovessi fondare una tua casa editrice, quale nome le daresti?

 

Sicuramente, Delirio.NET, in qualità di succursale editoriale delirante!

 

Progetti futuri?

 

C’è in ballo qualche partecipazione a diverse antologie, in uscita nella seconda metà di quest’anno. E poi vorrei buttarmi sulla scrittura di un nuovo romanzo. È troppo tempo che alcune idee bollono in pentola...

postato da: mMushroom alle ore 09:26 | Link | commenti
categoria:intervista ad eliselle
venerdì, 06 giugno 2008

( Leggilo ascoltando questa melodia, che ho scelto come colonna sonora)

PERLA

 

Perla guardava oltre la propria immagine riflessa sulla superficie dell’elegante vetrata del salone.

La vista era sempre la medesima. Al largo, a pochi chilometri dal litorale, svettavano, direttamente dalla superficie del mare – sulla quale planavano allegri stormi di gabbiani e rondinelle – i grattacieli arrugginiti della città vecchia, colossi di un passato sommerso, vestigia di un secolo conclusosi con una grande ondata.

Perla osservava le stelle che iniziavano timidamente a fare capolino in quel cielo di transito fra il giorno e la sera.

La radio dello stereo proponeva ora See you when you’re 40, di Dido, una cantante inglese di successo tra i secoli ventesimo e ventunesimo.

Perla andava per i quaranta. Li avrebbe compiuti di lì ad una settimana, oppure mai: dipendeva dalla malattia.

Quante volte aveva sentito dire che la vita vera inizia solamente a quarant’anni… Perla avrebbe voluto allora risvegliarsi, il giorno del suo quarantesimo compleanno, sana. Nuova. Ritrovare sulla testa i capelli dei quali la chemioterapia l’aveva privata.

Perla non si riconosceva più: allo specchio, sui vetri delle finestre, negli occhi del marito, vedeva un manichino, un essere dall’aspetto innaturale e androgino più simile ad un robot di recente generazione, piuttosto che la donna che fino a tre anni prima solcava lo spazio con la promessa di una brillante carriera astronautica.

Languida, le braccia conserte ed il peso del corpo mollemente scaricato su una gamba, Perla sospirò, opacizzando il vetro e parte del proprio viso riflesso.

Trascorreva i pomeriggi così, da quando le era stato permesso di uscire dall’ospedale: gironzolava per le stanze della villa; leggeva, seppur svogliatamente, seduta su qualche poltrona; fissava il mare e il cielo.

Suo marito Leo tornava sempre tardi, la sera. Era così assente. Impegnato nella ricerca scientifica: lottava contro le nuove malattie che si erano diffuse dopo il ritorno di alcuni astronauti provenienti da una missione su Marte, tre anni addietro.

E Perla era stata fra quelli.

Il male alieno di Perla si era evoluto in cancro allo stomaco.

I medici, prima che lei lasciasse l’ospedale, le avevano raccomandato di non sottoporsi assolutamente alla luce solare.

Era pallida, Perla. Pallidissima, un fantasma. Bianca come fosse già morta; capillari rotti un po’ dappertutto; il bianco dell’occhio rosso di sangue; iridi divenute da verdi a blu per un motivo che nessuno era riuscito spiegare.

La donna si allontanò dalla vetrata e mise a tacere la radio. Regnava ora il silenzio, in salone, e Perla era lì, adesso, sdraiata sui cuscini di un divano, indosso una semplice vestaglia di flanella.

Un suono elettronico, un bip, ruppe il silenzio. Seguì la voce di Leo, alla segreteria telefonica.

Tesoro, sto tornando a casa…

La chiamava sempre Tesoro. O Amore. O Sissi. Mai Perla, il suo nome.

 

Leo rincasò mezz’ora dopo aver lasciato il messaggio alla segreteria telefonica.

Monia lo avvisò che sua moglie si stava facendo una doccia.

L’uomo annuì pronunciando un distratto Ok e si diresse al bagno del secondo piano.

L’acqua allevia il dolore, aveva letto Perla una volta, da qualche parte. Ed era vero.

La sentiva in minor modo, la malattia, sotto l’acqua.

Gli sorrise, vedendolo entrare nella stanza da bagno, attraverso i cristalli satinati della

cabina della doccia.

Leo chiuse la porta a chiave e si spogliò.

Insieme fecero la doccia, abbracciati.

Perla in quei momenti piangeva in silenzio e le sue lacrime si scioglievano nell’acqua calda che su di loro scendeva, circondandoli di tenui volute di vapore.

Leo fu il primo ad uscire da sotto il getto dell’acqua. Stava indossando l’accappatoio quando si girò e vide Perla sulla soglia della cabina della doccia, in una posa sensuale.

“Che hai, Sissi?”

Perla abbozzò un sorrisetto e i suoi occhi si fecero vispi. Reclinò il capo con aria sbarazzina.

L’uomo si avvicinò alla moglie e lei gli schizzò addosso, con fare giocoso, dell’acqua che aveva trattenuta in bocca.

La donna scoppiò a ridere e Leo si fece contagiare da quelle risa così innocenti, così limpide. Ma anche così amare.

“Hai sempre voglia di scherzare!”

Perla scese dal gradino della cabina della doccia e abbracciò il marito. Le mani di lui stavano scendendo lungo i glutei quando sentì il corpo della moglie fremere all’urto di un singhiozzo.

“Sissi, ti prego… ti prego, Sissi, se fai così è peggio…”, Leo le aveva preso il viso tra le mani.

Perla piangeva adesso senza contenersi.

“Perla!”

La donna aprì gli occhi e il suo pianto, come lo stelo di un fiore raro delicato, fu reciso dal tono duro del marito. Rimase senza fiato.

Quanto tempo era che non la chiamava con il suo nome?

Forse da quel terribile giorno in cui lei aveva accusato il primo malore: si trovava in missione nello spazio e improvvisamente aveva perduto i sensi. Dagli oblò e dai monitor della Stazione Spaziale l’avevano vista andare alla deriva, assicurata all’astronave da quel semplice cavo di metallo sintetico.

<<Perla! Perla, mi senti? Perla!>>

Era stato l’ultimo suo tuffo nello spazio.

Perla non avrebbe più varcato l’atmosfera terrestre. Era il 2219.

Perla guardò suo marito. Gli occhi le si fecero sereni. Era il suo modo per dirgli ti amo.

Anche io” disse Leo.

 

Monia aveva preparato per loro una romantica cenetta, in salone.

Mangiarono alla sola luce delle candele, osservando il cielo che oltre la vetrata ostentava una bellezza primordiale, quella della Via Lattea.

“Quando morirò, ” disse Perla – era la prima volta che parlava della morte con una tale sicurezza, una così vivida luce negli occhi: quel giorno era ormai vicino: lo sentiva nel proprio corpo – “ andrà ad aggiungersi una nuova stella, nel Firmamento.”

Leo avrebbe voluto dirle che gli faceva paura, sentirla parlare in quel modo, ma rimase in silenzio, ad ascoltare, arreso.

“E tu, Leo, quella stella, la battezzerai con il nome di Sissi. E’ il nome della figlia che non abbiamo mai avuto.”

Perla masticò un altro boccone, l’ultimo, perché l’appetito le era passato.

“Se invece sarà un maschio, chiamerai quella stella Leo Junior.”

La donna vide il marito fare una smorfia, reprimere un singhiozzo, poi i suoi occhi velarsi.

“Le stelle non hanno sesso...” obiettò, tanto per dire qualcosa.

“Ti sbagli.”

Perla conosceva le stelle meglio di Leo. Perla, le stelle, le aveva viste da vicino. Perla era

parte di loro, da tre anni a quella parte, da quando aveva iniziato a morire.

Si alzò in piedi e raggiunse la vetrata. Davanti a lei, di nuovo il nitido e pallido riflesso della propria immagine.

“Una stella muore, un essere umano nasce. Un essere umano muore, una stella nasce.” spiegò Perla, accarezzandosi il ventre.

Leo posò forchetta e coltello sul piatto e le venne incontro, le cinse quindi i fianchi con le mani; la donna allora reclinò indietro la testa e l’uomo la baciò accanto alla bocca.

Rimasero così a lungo. A fissare le stelle.

Marco Mazzanti

postato da: mMushroom alle ore 08:49 | Link | commenti (2)
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martedì, 03 giugno 2008

copertina libro


AL DI LA' DEL MURO
di Maria Viteritti, Lupo Editore, 2008

Anna è morta. Suicidio assistito. Eutanasia a fini di neonatalità.

È con la scomparsa di questa donna che la vicenda prende piede, e Giorgio, il medico che ha preso parte all’operazione, non se ne fa una ragione. Egli amava Anna: i suoni della sua casa, il ronzio della sua televisione, le sue parole sussurrate al telefono, i suoi pianti notturni.

Ma forse qualcosa di lei continua a vivere in Sandra, una giovane ragazza, ex tossicodipendente, che, grazie alla linfa vitale di Anna, riprende vita.

“Al di là del muro”, di Maria Viteritti, è un romanzo freddo, impressionante, quasi scomodo, che urta, ma con la delicatezza di un bisturi sulla pelle, quasi lo stesso che viene adoperato per incidere le nuche dei clienti che nel romanzo intendono togliersi la vita e far trasferire la propria energia vitale in coloro che sono stati ritenuti idonei a riaprire gli occhi… come nel caso di Anna e di Sandra.

La storia, avvincente e complessa, è narrata con uno stile incisivo, frasi e considerazioni prive di mezzi termini che riflettono la persona e lo stato d’animo di Giorgio, il protagonista, medico presso la Erebo inc., corporazione fondata dal dottor Leibnitz, figura oscura i cui occhi mandano gelidi barbagli in un’oscurità di ricordi cupi che Giorgio, in parte non sente come suoi, ma altrui…

Marco Mazzanti

P.S.: Non aggiungo altro... il libro è tutto da scoprire, e quindi vi propongo come assaggio il primo capitolo! Buona lettura

Capitolo I
STO PER UCCIDERE UN UOMO, UNO DEI TANTI

Sto per uccidere un uomo, uno dei tanti.

Dietro la scrivania asettica (qualcuno si preoccupa sempre, la mattina del martedì, di farmela trovare ripulita dal disordine del giorno prima), l’uomo mi rivolge uno sguardo carico di rassegnazione. È lui che sto per uccidere.

Ora, dietro alla scrivania di mogano col camice aperto e gli occhiali fra le mani, mentre sfoglio le sue pratiche, potrei sembrare, ne sono certo, un perfetto impiegato bancario.

Se qualcuno entrasse adesso dalla porta che ci separa dall’autunno frenetico che investe la città, senza sapere dove si trova, potrebbe pensare che stia offrendo a quest’uomo un consulto finanziario. Che lo stia indirizzando verso prestiti e obbligazioni.

È da un po’ che le mattine cominciano distrattamente, senza nuove consegne per il congelamento né clienti ansiosi ad attendere davanti all’entrata.

Sempre meno gli sguardi vuoti, sempre meno gli incidenti voluti dal caso.

A volte succede. Non si possono fare previsioni.

Tutto, prima o poi, riprenderà il proprio ciclo naturale e le persone ricominceranno a stancarsi di vivere. Questo cliente fa al caso nostro. Andrà a sostituire una persona, un ragazzo, in lista per il risveglio già da tre settimane.

Sfoglio una delle pratiche, alternando la mia attenzione tra il volto indifferente dell’uomo e l’ordine dattilografato della sua futura condanna a morte. Non sono pratico con i moduli per gli aspiranti suicidi.

"So che aveva un appuntamento per questo con noi, signor…

ehm… Marconi", dico, leggendo il suo nome sul frontespizio dell’incartamento. Lui annuisce senza lasciare trapelare emozioni, muovendo quasi impercettibilmente il cranio calvo. Ha cinquantuno anni, così leggo sulla documentazione. Moglie deceduta per un infarto al miocardo, nessun parente stretto. Le dita ingiallite sono quelle di un fumatore incallito.

È il perfetto prototipo del cliente della Erebo Inc.

È A volte, sembra che li sfornino in serie. Che appartengano tutti alla stessa famiglia.

"Dovrò occuparmi io del suo caso" ricomincio, continuando a sfogliare. "Come sa, avremmo necessità di agire in fretta."

L’uomo continua a fissarmi in silenzio.

"Avremmo bisogno della sua carica vitale per un ragazzo in attesa da diverse settimane. Ora dovrò leggerle il modulo per il consenso autorizzato. Se vuole, può farlo vedere al suo avvocato prima di firmare."

"Per me va benissimo, dottore. Prima la facciamo finita, meglio è."

Farla finita. Lo chiamavano omicidio consenziente solo qualche anno fa, quando l’applicazione era ancora allo stadio sperimentale.

"D’accordo" dico. "Allora cominciamo. Dunque…"

Metto da parte la pratica e prendo in mano quello che in gergo chiamiamo il "patto col diavolo", il modulo per il consenso autorizzato che sottoponiamo ai candidati all’eutanasia assistita a fini di neonatalità.

Non sopporto di dovermi occupare anche di queste sciocchezze. Cerco di essere rapido, sperando che il mio paziente non faccia troppe domande. Abbiamo un archivio pieno di centinaia di pratiche identiche a questa. In genere, mi limito ad apporre una firma ornamentale. Questa volta invece scandisco la voce e comincio a leggere la tiritera.

"Firmando il presente modulo, il paziente dichiara di essere

consapevole dei rischi a cui si sottopone qualora dovessero insorgere complicazioni, sollevando la Erebo Inc. da tutti i conseguenti danni penali. Firmando il presente modulo, il paziente dichiara inoltre di essere avvertito della possibile insorgenza di… coma…"

"Dottore," mi interrompe lui, "è mai successo che un intervento non sia riuscito?"

"Che non sia riuscito? Intende…"

"Che non siate riusciti a uccidere."

L’ha detto, ha usato quella parola. Quella che cerchiamo sempre di evitare. Almeno in pubblico. È ancora strano, per me, associare il mio lavoro di medico all’idea di dare la morte. Credo lo sia anche per gli altri.

"Sì" ammetto. "Raramente, ma è successo. Due casi negli ultimi cinque anni."

Lui mi guarda smarrito.

"Solo due persone hanno reagito negativamente al concentrato di atropina utilizzato per l’anestesia. In quei casi, i pazienti sono deceduti prima che potessimo provvedere al trasferimento delle funzioni vitali."

"Non succede mai che si resti in vita?"

"Mai. Al limite, si effettuano ulteriori tentativi, nel caso in cui i farmaci non dovessero sortire effetti immediati."

"E non si prova alcun dolore, è così?"

"Assolutamente."

L’uomo tira un sospiro di sollievo.

"Bene" dice, sistemandosi meglio sulla sedia. "Allora procediamo."

Torno alla pratica, ma lui mi ferma prima che possa leggergli la parte sulle eventuali responsabilità penali.

"Lasci stare. Mi faccia firmare e basta."

Gli allungo i documenti.

"Firmi ogni pagina per favore, signor… ehm…"

"Marconi" mi suggerisce. I nomi non sono il mio forte.

"Già. Vuole sapere qualcosa sul paziente che sarà risvegliato grazie a lei?"

Lui mi rivolge uno sguardo tra lo scettico e il divertito, continuando a tracciare meccanicamente il suo nome in fondo a ogni modulo.

"Dottore, io ne farei anche a meno. Non m’importa nulla di fare resuscitare qualcuno. Solo che l’eutanasia, da sola, non la potete effettuare."

"No… ancora no."

Come spiegargli che sarebbe un problema il contrario.

A quel punto non saremmo altro che comuni anestesisti. Solo che il sonno sarebbe definitivo. Cioè niente più borse di ricerca, servizi sui giornali, parcelle milionarie. Tutto sommato, per me non cambierebbe granché.

L’uomo firma l’ultimo foglio, tenendolo fermo con le dita paffute. Mi alzo in piedi, gli porgo la mano e lo guardo indossare il cappello, uscire senza fare rumore.

È solo uno dei tanti. Uno dei tanti che sto per uccidere.

PER ACQUISTARE IL LIBRO, CLICCATE SULLA COPERTINA ;)

 

postato da: mMushroom alle ore 13:29 | Link | commenti (5)
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