Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Federico Di Vita?
Per ora sono uno che ha venticinque anni… Sono indolente ma a volte ho qualche idea e allora mi accendo, poi mi piace spostarmi, ho una certa indole del viaggiatore. Sono uno studente, ormai spero per poco: dovrei laurearmi a breve in Scienze Umanistiche, alla Sapienza. Poi credo che andrò a lavorare all’estero. Ecco, una cosa certa c’è: sono perdutamente, irrevocabilmente, nervosamente della Roma.
A breve andrà in stampa il tuo primo libro, “Cronache da Siviglia”. Parliamone.
Tra gennaio e luglio del 2007 ho vissuto grazie al progetto Erasmus a Siviglia. All’inizio non pensavo di scrivere un libro. È successo naturalmente e per caso. Avevo voglia di comunicare ai miei amici quello che mi stava capitando, per divertirli certo, e per capirlo per primo io stesso… Dopo una settimana in ostello ho trovato una casa, e con la connessione a Internet ho finalmente potuto dar sfogo a tutta la fervente vita in cui mi trovavo catapultato. Ero da solo in un posto che non conoscevo, una città bellissima, immerso in lingua parzialmente comprensibile ma che non ero in grado di parlare correttamente, e alla disperata ricerca di un certo equilibrio dopo la scossa iniziale. E di cose divertenti in quei giorni ne erano capitate… allora ho preso e di getto ho scritto una lunghissima mail a tutti i miei più cari amici, per oggetto la lettera aveva “cronache da Siviglia”. A molti, beh, sono amici, certo, però a tanti è piaciuta questa prima mail e allora ho deciso di tenerli aggiornati sulle mie peripezie con cadenza settimanale. Dopo qualche giorno gli ho inviato “Cronache da Siviglia, n.2”. Dopo questa lettera qualcosa è cambiato. Stefano Milani, (un amico che era tra i destinatari delle lettere), il direttore editoriale della Round Robin, mi chiama su Skype e mi dice: “Federico se continui così te le pubblico”. Da quel momento in avanti io sapevo della possibilità che queste lettere venissero editate. Ho continuato a scriverle, come avrei fatto comunque, e alla fine, una volta a Roma, Stefano e Michele - un editor Round Robin - mi hanno confermato l’intenzione di pubblicare il libretto. Mancava ancora qualcosa però. Per dare una parabola narrativa a quella che si presentava come una lieve corrispondenza di viaggio – a volte, spero, divertente – ho aggiunto, tra una ‘cronaca’ e l’altra, i frammenti di un epistolario amoroso tra un uomo e una donna, entrambi senza nome. Chiunque è libero di leggere questa storia d’amore nel modo che crede, vi si possono riconoscere personaggi del libro, oppure il ricordo di un amore lontano, le tracce di una storia a distanza, il rapporto tra l’io lirico e la città… In fondo non è importante e naturalmente ogni lettura è legittima: quello che spero è che queste lettere intarsiate provochino qualche corto circuito e siano quasi un contro-canto alle vere e proprie Cronache.
Divenendo autore Round Robin, sei anche entrato nell’organico della casa editrice. Di cosa ti occupi?
È andata così: tornato da Siviglia, ho iniziato un tirocinio presso la Round Robin. Mi servivano 12 crediti per lo stage universitario e non sapevo dove farlo. Allora ho chiesto a Stefano se per caso non potessi sostenerlo da loro questo benedetto tirocinio. Tutti i componenti della casa editrice mi hanno accolto in modo stupendo. Certo per mesi mi hanno fatto fare di tutto, dalle bolle, alle telefonate alle librerie, ai piatti, al caffé e hanno seguitato a chiamarmi “lo stagista”, ma veramente ho avuto occasione di imparare a capire come funzionano i meccanismi di una casa editrice meglio - ma molto meglio - che se avessi fatto lo stage presso un editore più grande, dove mi avrebbero messo a fare fotocopie dalla mattina alla sera… Alla fine del tirocinio ormai ero uno di loro, non c’è stato bisogno nemmeno di dirlo tanto era evidente, mi hanno assegnato il compito più vicino ai miei interessi, quello di editor, e poi mi hanno affidato anche la gestione del blog.
Lavorando in una casa editrice, seppur piccola e indipendente, cosa pensi del panorama editoriale italiano?
Penso che la situazione sia disperata, in quanto c’è più offerta che domanda… È quindi difficile produrre reddito, avere un bilancio positivo. Questo ovviamente riguarda la realtà della piccola editoria, e in particolare l’editoria “pura”, vale a dire quegli editori come noi che non chiedono contributi per la pubblicazione e hanno il coraggio di puntare su autori esordienti, spulciando con pazienza decine di manoscritti al mese nella speranza di trovare qualcosa che valga la pena di editare. Le grandi case editrici si occupano quasi esclusivamente di vendere le cose che giungono per vie sicure… Una piccola, coraggiosa casa editrice come la nostra può in un certo senso essere la legittima erede di un’Einaudi del dopoguerra. Forse può sembrare un’esagerazione ma considera che le casi editrici come la Round Robin, vale a dire con pochissime risorse, se non solo quelle della passione, e che investono generosamente tempo, lavoro e denaro (poco, quello che c’è) sui loro autori - in un mercato saturato da colossi che non fanno quasi per nulla per scoprire nuovi talenti - meriterebbero miglior fortuna e maggior spazio. Certo, queste difficoltà le conoscevamo anche prima di cominciare, fanno parte del gioco, è la nostra partita: sopravvivere e farci spazio in questo campo, quello sul quale abbiamo, con un pizzico di follia, scelto di giocare…