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venerdì, 16 novembre 2007

In questo venerdì così uggioso e novembrino, arriva una nuova intervista! A rispondere è Gionata Soldatini, autore ArpaNet.

 

Dunque, iniziamo con le presentazioni: chi è Gionata Soldatini?

Questa è sicuramente la domanda più difficile a cui rispondere. Il mio problema è che proprio non lo so.

Quando hai iniziato a scrivere e perché?

Tutti hanno bisogno di comunicare, in un modo o nell’altro, ciò che sentono, per mettersi in discussione e cercare di capire cosa si è veramente: con il partner, con un amico e, perchè no, con un foglio bianco da riempire. Scrivere è stata un’esigenza, è dai tempi del liceo che butto giù qualche idea. Quando mi sono accorto che ciò che mi circondava non era capace di completarmi, allora ho iniziato a scrivere.
Parlaci un po’ della tua esperienza con la casa editrice ArpaNet.

Tenevo da tempo dei racconti nel cassetto, ma l’esigenza di cui parlavo prima si scontrava con il terrore del rifiuto. Poi ho deciso di buttarmi, di partecipare al concorso indetto dall’ArpaNet e…sorpresa! Il testo è piaciuto ed è stato publicato. Una gioia immensa, sarò sempre in debito con loro.

I personaggi sono parte dello scrittore e delle sue esperienze di vita; sei d’accordo con questo luogo comune?

Assolutamente sì. I miei personaggi, le mie esperienze, i miei ricordi, sono filtrati e resi il più possibile interessanti perché la fantasia e il potenziale della scrittura è straordinario; è per me impossibile resistere e non sfruttare a pieno queste possibilità, ma piccole parti di me e del mio mondo sono in ogni stato d’animo e  nella più surreale delle descrizioni.

Tre libri che ti porteresti su una fantomatica isola deserta.

Fight Club di Chuck Palahniuk, Chiedi alla Polvere di John Fante, Compagno di Sbronze di Charles Bukowsky. Il mio primo amore è stato però Sulla Strada di Jack Kerouac. Giuro che questo libro mi ha “chiamato”, mi ha detto “leggimi”! Era lì, buttato in una cesta enorme di un centro commerciale, e non so assolutamente cosa mi abbia attratto. Avevo 17 anni e neanche conoscevo Kerouac, le scuole superiori, per l’evidente necessità di dare solo una cultura generale,  ti iniziano alla lettura di quelli che definirei i “classici ufficiali”, ma il gusto personale non si impone. Per fortuna ho scoperto presto che negli anni in cui D’Annunzio si ritirò nel suo villone, Henry Miller, ad esempio, scriveva Tropico del Cancro. Se non mi fossi appassionato a certa letteratura, probabilmente adesso non scriverei.

Tornando a noi, porterei in un’isola deserta i libri che ho citato all’inizio perché, insieme ad  altri libri che adoro e che sprigionano “un’energia” unica, sono attraversati da un’ironia, che diventa spesso sarcasmo e cinismo, per me  assolutamente indispensabile in una storia.

Lo stile costituisce la “firma” di ogni scrittore. Tu come definiresti il tuo?

La scrittura, anche quella apparentemente più spontanea, è una questione di equilibrio. Se la forma rimane immobile si rischia un piattume totale. Fante e Bukowsky, ad esempio, sono dei grandi “artigiani” capaci d’impennate liriche straordinarie; Palahniuk, passa da descrizioni dettagliatissime a brevissime intuizioni che sono un pugno allo stomaco. Loro, fra questi ed altri poli, hanno trovato un equilibrio. Io cerco di rimanere fra l’astratto e il concreto, fra luoghi imprecisati e dettagli precisi, passato e presente, sogno e realtà. Lo stile è la vera anima dello scrittore, diciamo che il mio è lo specchio della  mia confusione e il tentativo di superarla

Stai per iniziare un nuovo romanzo e ti trovi di fronte alla classica prima pagina bianca. Come vivi questo momento?

Vivo il momento con emozione ma non mi preoccupa. La prima pagina non è mai un problema per me, se inizio a scrivere è perché ho già chiara un’idea in testa. Per il momento è così. Lo sviluppo, quello sì che è difficile, e poi il lavoro di limatura. Come ho detto prima, non credo molto nella scrittura spontanea, un libro è per me come un mosaico.

Ultima domanda: se il mondo fosse di un colore, questo colore quale vorresti che sia?

Rosso acceso, o comunque di un colore che sprigionasse un’energia così forte da poterla cogliere.

 

 

postato da: mMushroom alle ore 15:44 | Link | commenti (1)
categoria:intervista a gionata soldatini
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