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lunedì, 19 marzo 2007

Oggi, in questa giornata piovosa e metallica, s'intervista Giorgio Vincenti, poeta e scrittore.

Iniziamo innanzitutto con le presentazioni: chi è Giorgio Vincenti?

Sono uno studente universitario fuori sede. Come molti altri miei coetanei, ho abbandonato la mia Calabria per trasferirmi a Roma, dove studio Tecniche di laboratorio bio-medico e lavoro in ambito genetico. Tra le mie passioni, primeggia la scrittura.

 

Qual è il tuo rapporto con la poesia?

La poesia è parte di me. E’ la mia vita. Definirla hobby sarebbe eccessivamente riduttivo. E’ una forte passione ed almeno in questo momento della mia vita, è una ragione di esistere.

Come sovente accade nel vivere le passioni forti e travolgenti, ci sono continui alti e bassi e rapporti conflittuali; si litiga e ci si riappacifica proprio come due amanti.

 

Un tema ricorrente nelle tue poesie? E perché?

Mi viene in mente l’ipocrisia. Senza dubbio è un tema che attira molto la mia attenzione. Non sopporto le persone ipocrite, che hanno un forte contraddittorio tra il loro dire e il loro agire; non sopporto le persone false e di conseguenza non posso tollerare le loro influenza negative sulla società: il bigottismo, il falso moralismo, e il buonismo eccessivo.

 

Cos’è per te l’ispirazione?

E’ davvero difficile trovare una definizione. A volte sono ispirato da una fragranza, una melodia, un improvviso benessere empatico con la realtà circostante. Il più delle volte invece, sono ispirato dalla mancanze di queste cose. In ogni caso l’ispirazione accade in maniera fortemente inaspettata. Come se entrassi in uno stato di trance, devo soccombere ad essa e lasciarmi guidare dal suo flusso vitale, che quasi sempre si conclude con il parto di un’opera.

 

Parlaci un po’ della tua raccolta di poesia L’ABORTO DELLE SPERANZE.

Si tratta della mia prima raccolta edita. Raccoglie poesie che attingono ai temi più disparati: la gioia o la solitudine, la guerra o l’estasi, il disagio o la memoria, l’apatia o l’ispirazione, solo per citarne alcuni.  Tutte queste liriche sono però accomunate da un filo conduttore: il male di vivere. Attraverso esperienze intimiste, racconto la decadenza del nostro tempo, e propongo un nuovo modo di guardare il dolore. Una versione positiva della sofferenza, come strumento necessario per la maturazione e la conoscenza, in forte contrapposizione ad un messaggio sempre più deciso e a mio avviso errato, inculcatoci dalla società odierna, che impone la felicità e il benessere a tutti i costi, ignorando la realtà delle cose e la natura umana,

                              

La tua esperienza con ARPANet.

Una esperienza bellissima. Conobbi la casa editrice ARPAnet casualmente lo scorso anno e partecipai con L’aborto delle speranze, all’inziativa Concepts . Due poesie della raccolta sono state inserite nel volume antologico Concepts – Letteratura. E’ davvero un’iniziativa lodevole questo concorso letterario, che permette di poter vincere la pubblicazione del proprio libro senza alcun contributo di spese (che non è affatto poco!), e inoltre grazie alla possibilità di votare on-line e commentare le opere candidate, ogni scrittore può tangibilmente notare l’impatto della propria opera al folto pubblico degli internauti.

 

Progetti futuri?

Sto ultimando la selezione di poesie per la mia prossima raccolta che avrà come tema principale, la passione. Inoltre, anche quest’ anno sto partecipando al concorso Concepts nella sezione Gusto, con una raccolta di racconti dal titolo L’equilibrio.

 

Pensi che la poesia, oggi, stia attraversando un momento critico, o tutt’altro?

Se non si tratta di un momento propriamente critico, è sicuramente un periodo molto particolare. La poesia oggi vive un non indifferente contraddittorio: è ormai un dato di fatto che in Italia ci siano più poeti che lettori di poesia! Non esiste un mercato della poesia. Basta visitare una qualsiasi libreria di una grande catena ad esempio, per notare che in tantissimi metri quadrati si possono trovare i generi più svariati di lettura, mentre alla poesia viene riservato un misero scaffale che contiene, oltre ai grandi nomi classici, pochissimi poeti contemporanei. Nessuna visibilità per i tantissimi e meritevoli poeti emergenti che sono presenti. Questo non vuol dire che il grande pubblico non mostri interesse per la poesia. Tutt’altro. Questo interesse viene nascosto o divelto, perché purtroppo non ha grossi ritorni commerciali.

 

Sicuramente la poesia è più istintiva della narrativa? Cosa ne pensi? Sei d’accordo?

Per quanto mi riguardo, compongo poesia e prosa allo stesso modo. Cioè scrivendo di getto, in maniera istintiva, facendomi guidare solo dall’ispirazione del momento. Ogni esperienza di scrittura è unica e non credo sia opportuno fare delle generalizzazioni. Ci sono molti poeti che prediligono un finissimo lavoro di limatura dopo aver composto una poesia, e a distanza di tempo possono andare a rivedere metrica e lessico dei versi, quindi non si può parlare di poesia istintiva. Come ho già detto, scrivo solo sotto forte ispirazione e questo lavoro di accuratezza del verso è in me innato nel processo stesso di composizione della poesia. E lo stesso vale anche per la narrativa.

 

Se il mondo fosse di un solo colore, quale vorresti che fosse questo colore?

Non credo di saper rispondere a questa domanda. Amo la varietà di colori, le sfumature quasi impercettibili, l’accostamento di colori molto diversi tra loro e la fusione di tonalità simili. Ecco, mi piacerebbe vedere un mondo in cui tutti i colori siano mescolati insieme, mantenendo la propria identità, pur creando qualcosa di nuovo.

 

 

Giorgio, ti ringrazio per aver risposto a questa intervista,

un saluto a te e a chi ha letto questo post

 

postato da: mMushroom alle ore 17:59 | Link | commenti
categoria:intervista a giorgio vincenti
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