Questo sabato una nuova intervista, una di tante altre che verranno di settimana in settimana in questo blog. Oggi, a parlare, è Pascal Abatiello, giovane autore Azimut.
Domanda di rito: chi è Pascal Abatiello?
Chi sono? Mmmh… In poche parole, sono un ragazzo con una grande curiosità e voglia di scoprire il mondo che a un certo momento della sua vita ha trovato nella penna e nella carta gli strumenti a lui più congeniali.
Chi sono? Mmmh… In poche parole, sono un ragazzo con una grande curiosità e voglia di scoprire il mondo che a un certo momento della sua vita ha trovato nella penna e nella carta gli strumenti a lui più congeniali.
Autore Azimut, hai pubblicato "Il giardino sopra il mondo", tuo romanzo d'esordio. Parliamone un po' presentandone i temi portanti, i personaggi, il contesto, ma soprattutto descrivici la sua genesi.
Volevo scrivere una storia al cui centro ci fossero una serie di “temi” per me decisamente importanti: la lotta – spesso impari – tra i sogni di una persona e la realtà, il rapporto tra l’individuo e la Storia nella società contemporanea, l’ingresso del bambino nel mondo degli adulti, la ricerca di valori e certezze in un mondo come il nostro che sembra averli definitivamente distrutti. Ma tutto questo è partito da un’immagine molto semplice, che poi è il cuore, oltre che titolo, del romanzo: un giardino, piccolo e isolato, fuori dalle mura di un paesino, in cui alcuni bambini possono creare in piena libertà il loro mondo. Siamo nell’Italia degli anni Venti, in un anonimo paesino in cui niente sembra accadere (il fascismo lì arriverà con quattro di ritardo…). Fino a che non scoppia la seconda guerra mondiale, guerra che sconvolgerà il paese e la vita dei quattro protagonisti, ormai ventenni, mettendo quest’ultimi di fronte a durissime e drammatiche prove. Ho scelto quel periodo storico perché poteva racchiudere in sé, in modo anche evidente, ciò che più volevo dire.
Qual è il tuo rapporto con la scrittura e i tuoi personaggi?
Per me la scrittura è la goccia che fa traboccare il vaso. Non riesco, cioè, a scrivere sempre e comunque, devo prima accumulare idee, sensazioni, immagini, e soprattutto sentire forte la voglia di dire la mia su qualcosa che per me è assolutamente importante. In questo senso, solo quando goccia dopo goccia arrivo (senza deciderlo) alla goccia che fa traboccare il vaso pieno d’acqua, ecco, so che è arrivato il momento. Prima viene la voglia di capire il mondo in cui vivo, di esserne partecipe, poi – quasi inevitabilmente – arriva la voglia di scrivere. E per i personaggi, più o meno, il percorso è lo stesso. Per entrare in una storia devono aspettare: all’inizio ho solamente il loro scheletro, poi prendono vita e si riempiono di carne, nervi e sangue. In quel momento, i personaggi sono vivi e possono, per l’appunto, vivere la loro storia. Devo quindi aver chiaro – prima di farli agire – quali sono i loro caratteri, le loro idee, il loro passato, i loro desideri: che poi siano o meno la proiezione del mio “io”, beh, questo lo lascio pensare agli altri.
Hai degli autori di riferimento, dei maestri ?
Da lettore apprezzo e amo molti autori spesso lontani dalla mia idea di scrittura. Ma quando mi metto a scrivere, sento che le opere di alcuni scrittori del passato hanno tracciato una strada che io – nel mio piccolo – vorrei poter calpestare. In questo senso mi sento molto vicino, ad esempio, all’idea (o le idee) sulla letteratura e il rapporto con la realtà che aveva Italo Calvino, o a Rodari e la sua “Grammatica della fantasia”. Altri due autori di riferimento sono per me Edoardo Boncinelli, genetista e biologo italiano, e Stephen Jay Gould, un grande paleontologo prematuramente scomparso: due scienziati che tanto hanno da insegnare a chi scrive narrativa.
Entrando a far parte della ormai grande e ben consolidata "Famiglia Azimut", qual è stato il tuo riscontro riguardo il mondo dell'editoria indipendente? Parliamo insomma della tua esperienza.
Quando ho terminato di scrivere il mio primo libro (una raccolta di racconti), la mia conoscenza della “giungla” editoriale era pari a zero. Non avevo con me nessuna mappa. Piano piano, inciampando più volte, sbagliando spesso direzione, ho iniziato a conoscere parte di questa giungla, il suo funzionamento, le sue leggi, e soprattutto gli animali che vi vivono. Di questi animali, e cioè le case editrici, occorrerebbe fare una classificazione – per così dire – scientifica: facendo così, intanto, si scoprirebbe che il 90% non sono case editrici, ma tipografie (anche piuttosto care). Ecco, una volta ridotta la visuale sono andato a vedere quanto le case editrici erano realmente presenti nelle librerie di più città, ho controllato le loro linee editoriali, le collane, i libri pubblicati. In altre parole, ho fatto un censimento, restringendo sempre di più il campo. E posso dire di essere stato fortunato, sia per quanto riguarda le prime due raccolte di racconti (Seneca Edizioni) che soprattutto per la Azimut. In particolare, l’incontro con la Azimut mi ha dato e insegnato tantissimo, su tutti i fronti, dal lavoro di costruzione (collettiva) del libro, alle spinose questioni riguardanti la distribuzione, promozione e vendita del romanzo. Dopo aver pubblicato un libro con la Azimut dovrebbe essere consegnato un diploma in corso di editoria!
Negli ultimi anni si parla molto di crisi dell'editoria in termini di qualità, e di stereotipi dettati principalmente da leggi di marketing. Da autore, pensi sia davvero così?
Innanzitutto io, per carattere, non riesco ad avere un atteggiamento vittimistico rispetto al mercato editoriale: parlo di vittimismo intendendo quell’atteggiamento - che coglie la quasi totalità degli scrittori emergenti - per cui se c’è qualcosa che non va (manoscritto valutato negativamente, offerte ridicole, poca distribuzione del proprio libro, ecc) la colpa è sempre e solo del mercato o della stupidità della gente. Io dico che prima è sempre meglio cercare di capire il valore del proprio lavoro: potrebbe passare inosservato semplicemente perché il libro è veramente brutto, no? Pensare a questa ipotesi sembra impossibile per molti scrittori, emergenti e non, visto l’alto tasso di egocentrismo che scorre nelle vene di chi scrive. Detto questo, è evidente, assolutamente evidente, che non c’è un rapporto proporzionato ed equilibrato tra valore delle opere e loro successi o insuccessi editoriali. Credere che le cose possano andare diversamente significa illudersi (come molti fanno) che il mercato dei libri possa seguire delle leggi economiche diverse dagli altri settori. Un uomo barbuto di due secoli fa diceva che nel mercato l’offerta fa continuamente violenza sulla domanda. Questo vale, appunto, anche per il mercato editoriale: basterebbe andare a vedere quali grandi gruppi finanziari, bancari e industriali stanno dietro molti giganti dell’editoria. È qui però che secondo me si aprono gli spazi per un ruolo di un certo rilievo delle piccole e medie case editrici: proporre delle originali linee editoriali, sperimentare nuove strade, scoprire giovani talenti, e farlo senza l’ossessione del grande fatturato da raggiungere.
Ogni anno vengono stampate centinaia e centinaia di libri: oggi pubblicare sembrerebbe un obiettivo molto più vicino a noi di quanto non fosse prima, e gli scrittori emergenti divengono di anno in anno sempre più numerosi. Tuttavia, la scelta da parte del cliente è vincolata dalla selezione operata dalle librerie, che sovente prediligono spesso e volentieri solamente autori noti... Ebbene, tu, da autore esordiente, quali consigli daresti ad aspirante scrittore che intende farsi conoscere e apprezzare al meglio? Pensi che Internet possa costituire un buon trampolino di lancio e pubblicità?
Il problema esiste, eccome. Ma se, come dicevo prima, non si vuole entrare nel vortice del vittimismo e delle lagne sul mondo ingiusto occorre rimboccarsi le maniche e lavorare sodo: secondo me, molti, appena vedono il proprio libro stampato (magari pure male e inesistente nelle librerie), credono che il loro compito sia terminato. Possono mettersi su un’amaca e aspettare così l’arrivo della gloria… Non funziona così. Le copie del libro, per usare un’immagine “aggressiva”, vanno usate come pallottole: occorre prendere la mira e cercare di colpire più teste e cuori possibili. Sì, questo mi sentirei di dire: i lettori vanno colpiti… E per farlo bisogna far circolare la voce, rompere le scatole (non troppo) alle librerie, anche fingendosi lettori interessati, mandare lettere e libri nelle redazioni dei giornali, conoscere altri scrittori, eccetera eccetera. Insomma, cogliere ogni opportunità. In questo senso Internet è uno strumento fondamentale, soprattutto per avvicinarsi allo zoccolo duro dei lettori italiani e alla parte del mondo editoriale più attenta alle nuove generazioni di scrittori.
Ultima domanda: progetti futuri?
I progetti futuri sono molti. A breve sto lavorando a un nuovo romanzo, a un libro di favole per bambini sulla scienza e – spero presto – a un lavoro teatrale. Ci sono poi altre idee, soprattutto per romanzi, ma che preferisco lasciar decantare per un po’ di tempo.






